“Lasciar andare” di Philip Roth | recensione

Avete mai letto una storia in cui la mania di sentirsi indispensabili è imperante?

“Lasciar andare” (1962) è il primo romanzo dello scrittore americano Philip Roth. Un’opera prolissa e sperimentale, con un interessante valzer di punti di vista. Il tema centrale è una sorta di crampo emotivo, per cui non mollare la presa è sempre la scelta giusta.

Trama, senza spoiler



Chicago. Anni ’50. Ci sono quattro giovani protagonisti, che cercano di cavarsela nel mondo, nonostante le loro famiglie di origine. Le vicende rimbalzano sullo sfondo di precarietà lavorativa, conflitti tra religioni e relazioni forzate. L’epilogo del libro arride alla tendenza ad attaccarsi alle ossa di carcasse ormai scarne.

Riflettendo sul riflesso



C’è chi guarda al mondo come a uno specchio d’acqua. La sua superficie rimanda il riflesso di un’immagine solo interiore. La realtà diventa proiezione, inconscio dilatato, labirinto di vetri opachi.


I personaggi del romanzo “Lasciar andare” parlano sempre di sé e delle loro ossessioni. Non lasciano mai l’ultima parola al loro interlocutore. Hanno dialoghi verbosi, ritorti, concentrici, convergenti. Sono intrappolati dalle loro stesse idee sentimentali e dai loro impulsi, in una caotica univerbazione (unione) di pensieri deglutiti senza acqua.

C’è della sofferenza in tutto questo, un costante costruire argini a fiumi in pieno straripare.


Letting go



“Let it go” canta Elsa di Frozen, quando sceglie di andarsene di casa. Va a vivere in cima a una montagna, come una Santa Rosalia tutta inverno.

Cosa significa ‘lasciare andare’? È espressione di passività? O invece è consapevolezza, processo attivo?

Nell’America degli anni ’50, dei giovani poco più che ventenni possono riuscire a lasciare andare?

Con uno stile pirotecnico, Roth ci illustra quanto sia difficile farlo. E quanto talvolta, invece, sia meglio permettere alle cose di essere semplicemente come sono e seguire il flusso.

Philip Roth
LASCIAR ANDARE
ed. orig. 1962, trad. dall’inglese di Norman Gobetti
pp. 748
Einaudi, Torino 2016

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