“Emma”: conoscere se stessi attraverso gli altri

Uno dei modi per ‘scacciare’ noia e solitudine è scegliersi un avatar e fargli vivere la vita che si vorrebbe, in perfetta sicurezza emotiva. Oggi si possono usare chat o videogiochi. Ma, nell’Inghilterra di inizio Ottocento, cosa si usava per vivere non vivendo, per vivere ciò che non si aveva il coraggio o la possibilità di vivere?

Emma, protagonista dell’omonimo romanzo di Jane Austen, usa Harriet, una dolce ragazza piuttosto influenzabile, cui affida quel rischio di amare che lei non vuole per sé. Emma è una giovane donna dalla vivida intelligenza, di famiglia molto ricca, cresciuta tra lode e reverenza, senza però molta esperienza.
Si annoia perché non trova autentica compagnia negli abitanti del suo piccolo villaggio. Ma suppone di sapere cosa sia meglio per ognuno di loro. Non fermandosi alla semplice supposizione, passa all’azione, instradando gli altri sulla via secondo lei migliore.

Come in un videogioco, Emma sceglie Harriet quale personaggio su cui soffermare di preferenza le proprie attenzioni, da far vivere al posto suo – almeno per ciò che concerne il lato sentimentale della vita.

Così Emma finisce per perdere il confine tra sé e il suo contraltare Harriet.
L’avatar diventa uno specchio che riflette per intero la propria immagine, una sorta di doppio. Ma Emma non è Harriet e Harriet non può essere trasformata in Emma. Le due donne sono molto diverse. Però per Emma le due immagini speculari finiscono per sovrapporsi: e anche una dolce bella ragazza di origini incerte e senza dote, in una ‘pratica’ società inglese d’Ottocento, finisce per essere spinta ad ambire a scapoli di grande levatura sociale, che non se la filano per niente.

Ma c’è ancora una terza donna. Jane, bellissima, riservata e timida, e per questo a volte giudicata snob. Come Harriet è povera. Come Emma ha talento, ad esempio per la musica. E come Emma sembra non sperticarsi per trovare marito. Cerca lavoro, perché deve sostentarsi. Jane è sfuggente e non si presta al gioco dell’avatar. Ma il suo personaggio arricchisce lo specchio narrativo di una nuova superficie riflettente.

La narrazione si basa su un processo di riconoscimento di sé e degli altri, dei propri limiti e di quelli altrui, di un confine, attraverso l’errore e una reale e paziente esperienza della relazione con se stessi e con l’altro.

Emma” di Jane Austen è un capolavoro di analisi dei personaggi. Il loro tratteggio è delicato e tagliente, improntato su quell’educata impertinenza, cifra stilistica dell’autrice.

“Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno il voltastomaco”

Jane Austen in questa frase si riferisce alle tipiche eroine dei romanzi dei suoi tempi, ‘modelli’ femminili angusti, perfettamente irreali.

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