‘Natale non letto’ | Gentilezza inaspettata

Natale, in fondo, è anche una ricorrenza e – in quanto tale – si fonda sulla memoria e su certi riti volti a preservarla, a rianimarla. In questo senso, non sempre ci riferiamo a qualcosa di sacro: può, infatti, essere sufficiente un vecchio album di foto sbiadite a dare il via a una conversazione speciale, improbabile, tra due personaggi.

Nonostante lo scambio sia breve, la conversazione si carica di solitudine e significato, desiderio di condivisione e voglia di superare – con un semplice sorriso – le barriere che solitamente separano le nostre vite da quelle degli altri.

Queste, dunque, sono alcune delle sensazioni suscitate da “Natale significa famiglia”, il racconto che pubblichiamo, grazie a cui intendiamo chiudere su una nota gentile il contest “Natale non letto“.

Natale significa famiglia

di Sandro Butteroni
[Pseudonimo dell’autore]

Poteva stare ore a guardare il suo vecchio album di ricordi, che gli stava mostrando la sua famiglia in rassegna. Foto in bianco e nero e poi, via via, a colori. Era capace di perdersi per ore in quella quiescenza, e non sentire la mancanza di nessuno, né tanto meno qualsiasi altro bisogno.

Ma si sa, la vita era imprevedibile, e Harry non si aspettava certo di trovare lui.

Il signor Frederson in carne ed ossa, così come lo aveva immaginato quando suo padre gliene aveva parlato: alto, vestito di nero e con una faccia arcigna che prometteva tanti guai, e un’espressione severa che – come Harry sapeva – rifletteva perfettamente il suo carattere.

Come era entrato? E suo padre non aveva detto che era andato in Svizzera per lavoro?

Avrebbe voluto chiamare aiuto, ma allo stesso tempo non riusciva a gridare, in quanto troppo impaurito.

“Cosa ci fai tutto solo, Harry, a Natale?” chiese il signor Frederson, con una voce così gelida da penetrargli nelle ossa.
“Natale significa famiglia, no? E io l’ho appena trovata” rispose il ragazzo, tenendo stretto l’album di fotografie.

Il signor Frederson, che si era già dimostrato abbastanza freddo con lui, pur sapendo anche di avere il coltello dalla parte del manico in quanto suo precettore, si confessò: “Io non ne ho una. Lo sai, vero? E allora perché non ti sposti e me la fai vedere un po’?”

Harry non credeva che l’altro stesse dicendo sul serio, ma in quel momento voleva solo dargli corda: magari se ne andava! Così rispose con aria di sfida “Non te lo meriti. Nemmeno io ne ho una, perché tu non provi a guardare le tue fotografie?”

Perché non poteva? Frederson se lo chiese: come poteva sentirsi tanto spiazzato dalle semplici parole di un bambino? Frederson non si era mai sentito accusare così apertamente, anche perché tutti coloro che lo facevano di solito prendevano certe urla e, a volte, tanti sganassoni. Tranne il giovane Harry, che non aveva nessun timore reverenziale.

Perché?

Perché quegli occhioni sapevano di Natale e, soprattutto, risvegliavano sensi di colpa in chi lo guardava? Erano quegli occhi a costringerlo a stare lì, in piedi, fra indecisione e sudori freddi?

“Sì, infatti, magari posso cercare nella vecchia soffitta. O forse no, dovrei averne… non so…” cominciò il signor Frederson. Harry chiuse gli occhi pronto a essere colpito da uno schiaffo, ma il precettore continuò “Va bene, ti lascio a guardare le foto. Tuttavia, la vita è bella anche nel presente.”

Per la prima volta, il signor Frederson si era dimostrato gentile con qualcuno. Harry non lo avrebbe dimenticato. Avrebbe passato un ottimo Natale in collegio, quell’anno. Una frase gentile, calda, così diversa dalla voce terrificante che era abituato ad ascoltare tutti i giorni. Proprio da lui.

Harry aprì gli occhi, stupito e allo stesso tempo sollevato, e guardò la schiena nera di Frederson allontanarsi.

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