“Le Città Invisibili”: il racconto di un viaggio in una terra fantastica

Non è un caso che le strutture sognanti di Italo Calvino siano tutte donne (Anastasia, Tamara, Adelma, Despina, Melania); portano solo nomi femminili, e ognuna di essa si caratterizza per l’incredibile capacità di far svettare un senso, una speranza, un monito, e viceversa.

Le città, con le sue strade i suoi cittadini, sono le protagoniste di un viaggio raccontato da parte di un viaggiatore – uno dei più grandi – a un imperatore. Quest’ultimo interroga l’esploratore sulle sue ambascerie, giacché, spinto dalla smania di conquistare, dimentica a volte cosa assorbe il suo vasto impero. Sorge una sorta di malinconia, infatti, che segue all’orgoglio per l’ampiezza dei territori ottenuti, che viene alimentata dalla consapevolezza di non poter conoscere e comprendere i possedimenti per cui si è tanto prodigati.

Il punto di partenza e la conclusione di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan (nipote di Gengis Khan, noto come l’ultimo dei Gran Khan). Il romanzo è diviso in nove capitoli e ognuno di essi ospita cinquantacinque città, le quali verranno a sua volta suddivise in categorie. Quest’ultima decisione viene giustificata dall’autore stesso: oltre a cercare di scoprire le motivazioni che portano gli uomini a vivere nelle città, bisogna tenere in mente, per dirla con le stesse parole di Calvino, che “le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi”.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Le città di Calvino rispettano e glorificano le caratteristiche principali dell’autore, ossia l’eleganza e la leggerezza. Attraverso la penna di Calvino, Marco Polo visita città dove si librano le virtù e i vizi dei cittadini e in cui sussiste una particolare riverenza per i morti. Trionfa in maniera assoluta la fantasia e la creatività nell’opera, e per quanto ci possano sembrare lontani e irraggiungibili quegli esotici posti, forse non dobbiamo guardare poi così lontano. Non è possibile sorvolare una riflessione che si annida e cresce durante la lettura delle surrealiste città invisibili, che ci porta a porre l’attenzione sulle nostre generazioni, sul loro modo di interagire con le cose umane, e su un diradato sogno di perfezione.

Giorgio

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